Le sanzioni

Il Decreto prevede le seguenti sanzioni.

a)     La sanzione pecuniaria (prevista in relazione ad ogni reato presupposto)

Si applica il sistema per quote (da 100 a 1000), con importo di ciascuna quota da euro 258,00 ad euro 1.549,00.

La commisurazione del numero delle quote e della entità di ciascuna di esse viene effettuata in relazione alla gravità dell’illecito e alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente, allo scopo esplicito di “assicurare l’efficacia della sanzione”.

Riduzione della sanzione pecuniaria. Presupposti rilevanti:

        a) l'autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l'ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo; il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità (art. 12, co. 1);

        b) prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso; è stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi (art. 12, co. 2).

b)     Le sanzioni interdittive

Esse sono:

a) l'interdizione dall'esercizio dell'attività;

b) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell'illecito;

c) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;

d) l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi;

e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Oggetto dell’interdizione: la specifica attività alla quale si riferisce l'illecito dell'ente.

La durata massima è da 3 mesi a 2 anni.

Tuttavia: rispetto a ciascun reato-presupposto, possono essere previsti limiti diversi, ma rientranti nella cornice (ad es., l’art. 25 stabilisce la soglia minima in 1 anno).

Il giudice determina il tipo e la durata di tali sanzioni sulla base del criterio di proporzione (gravità del fatto; grado della responsabilità dell’ente; attività svolta per eliminare  o attenuare le conseguenze  del fatto), tenendo conto dell'idoneità delle singole sanzioni a prevenire illeciti del tipo di quello commesso.

Le sanzioni interdittive sono applicabili (art. 13) solo se contemplate dalla norma che prevede il reato presupposto ed in presenza di almeno di uno dei seguenti requisiti:

  • profitto di rilevante entità tratto dal reato, commissione da parte del soggetto apicale o dal sottoposto (in quest'ultimo caso, solo se a causa di gravi carenze organizzative, o agevolata da queste)
  • reiterazione dei reati.

Secondo la giurisprudenza (cfr. Cass. sez. VI pen. 21 marzo 2013, n. 13061), il concetto di “profitto” ai sensi dell’art. 13  va inteso in senso dinamico, più ampio, tale da ricomprendere vantaggi economici ulteriori, comunque conseguenti alla realizzazione dell'illecito.

Le sanzioni interdittive non si applicano nelle ipotesi di riparazione delle conseguenze del reato previste dal Decreto e possono essere inflitte cumulativamente.

c)     La pubblicazione della sentenza di condanna

Tale sanzione presuppone l’applicazione della sanzione interdittiva.

La pubblicazione avviene secondo le modalità stabilite dall’art. 36 c.p. e prevede l’affissione nel comune ove l’ente ha la sede principale.

d)     La confisca (prevista in relazione ad ogni reato presupposto ed obbligatoria)

La confisca ha per oggetto il prezzo o il  profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato, e fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede.

Può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente (al prezzo o al profitto).

La nozione di profitto è controversa. Essa è molto più ampia di quella riconducibile all’art. 240 c.p. (confisca tradizionale) ed abbraccia, secondo la giurisprudenza della Cassazione, ogni vantaggio, anche indiretto derivante dal reato (Cass. Sez. Un. Pen., 25 ottobre 2007 - 6 marzo, n. 10280, Miragliotta)

Le Sezioni Unite (Cass. Sez. Un. pen., 27 marzo 2008, n. 26654) hanno altresì specificato che il profitto del reato va inteso come complesso dei vantaggi economici tratti dall'illecito, a prescindere dall’applicazione di parametri valutativi di tipo aziendalistico.

Quando il reato presupposto sia collegato alla attività negoziale, occorre distinguere i casi in cui si determina una immedesimazione del reato col negozio giuridico (cd. ‘reato contratto’), per cui “quest'ultimo risulta integralmente contaminato da illiceità, con l'effetto che il relativo profitto è conseguenza immediata e diretta della medesima ed è, pertanto, assoggettabile a confisca”, dalle diverse ipotesi in cui il comportamento penalmente rilevante non coincide con la stipulazione del contratto in sé, ma va ad incidere unicamente sulla fase di formazione della volontà contrattuale o su quella di esecuzione del programma negoziale (c.d. ‘reato in contratto’). In quest’ultimo caso occorre distinguere, sulla base di specifici e puntuali accertamenti, il vantaggio economico derivante direttamente dal reato (profitto confiscabile) e il corrispettivo incamerato per una prestazione lecita eseguita in favore della controparte, pur nell'ambito di un affare che trova la sua genesi nell'illecito (profitto non confiscabile), e sottrarre alla confisca quest'ultimo corrispettivo.

Una successiva sentenza della Corte di cassazione (Cass. sez. II pen. 29 marzo 2012 n. 11808) ha stabilito che “se il fatto penalmente rilevante (ad esempio, una corruzione) ha inciso sulla fase di individuazione dell’aggiudicatario di un pubblico appalto, ma poi l’appaltatore ha regolarmente adempiuto alle prestazioni nascenti dal contratto (in sé lecito), il profitto del reato per il corruttore non equivale all’intero prezzo dell’appalto, ma solo al vantaggio economico conseguito per il fatto di essersi reso aggiudicatario della gara pubblica”. Tale vantaggio corrisponde, quindi, all’utile netto dell’attività d’impresa, ovvero al “guadagno conseguito in esito all’esecuzione dello scambio sinallagmatico, al netto dei costi sostenuti per l’effettuazione della prestazione di cui ha fruito la P.A.”

Va osservato che la nozione di “profitto” accolta in ordine alla confisca (profitto in senso statico) non coincide con quella ritenuta valida ai sensi dell’applicazione dell’art. 13 (presupposti delle misure interdittive), da intendersi come profitto in senso dinamico.

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Decreto Legislativo 231/2001

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